Pungas, malocchio e amuleti

Pungas, punghi e furtalesa – cosa sono
La stessa cosa: pungas é nome generico, in gallurese “li punghi” maschile, verso Ittiri “furtalesa”o “fortalesa”che peró indica piú  amuleti artigianali contenenti vari ingredienti, talvolta anche strani. Attualmente però si usa “punga” per tutti. Sono sacchetti di stoffa che hanno al loro interno immagini sacre, preghiere, pezzi di stoffa, di cera benedetta ecc. Preservano chi li indossa, da malocchi, sfortuna, aborti, ferite, incidenti, ecc. La punga viene poi è chiusa da un laccio a croce quindi è impossibile sapere cosa contengaLe pungas sono “dedicate”a uno scopo.
Contro le armi da fuoco contengono matricole o fogli di arruolamento o di chiamata alla guerra, naturalmente piegati in più parti. In alcune ci sono solo fogli di preghiere o “santini” scritti (breves), in altre ci sono fogli ma anche qualcosa di metallo. monete, un anello, un ricordo, una medaglietta o altro cucito in un sacchetto che non va MAI aperto.
Ci sono pungas per quasi tutto ma molte non sono piú usate (bestiame, armi da fuoco, incendi…) mentre moltissime altre sono ancora in uso. Le piú frequenti sono per le partorienti, contro l’aborto, contro la sterilitá, per difendere e proteggere i bambini, contro il malocchio.
A seconda del loro utilizzo ci si deve attenere a delle regole.  Devono essere preparate da persone comuni che conoscono i rituali e preghiere da recitare durante il confezionamento, i verbos (o secondo zona “berbos” o “parauli folti”) e le meighinas (o medicine- che non sono le nostre medicine di farmacia ma piuttosto “qualcosa che cura”).    Vanno cedute alla persona da proteggere sempre e solo dietro consegna di un obolo.    Se sono in prestito temporaneo vanno restituite necessitano di un pegno,la tradizione dice un anello o meglio una fede.  Se sono confezionate da religiosi (oggi non piú, é loro vietato) hanno all’interno solo oggetti sacri, per lo piú preghiere o immagini.    Se sono confezionate da persone comuni, ancorché esperte nelle confezioni di pungas, hanno al loro interno oggetti sacri e un seme di ruta che secondo la tradizione allontana i demoni.
Gli amuleti vecchi o aperti o quelli che per vari motivi non erano piú validi si “riconsacrano”con i verbos.   Un tempo le formule magiche (preghieras, verbos) erano patrimonio di tutti, o di chi si sentisse in grado di poterle utilizzare. In anni recenti sono diventate eredità esclusiva di alcune famiglie e tenute segrete. D’altronde sono uno strumento di potere.  Alcune pungas sono confezionate in modo da poter essere aperte perché sono “amuleti cumulativi”, ossia di generazione in generazione gli oggetti contenuti al loro interno crescono di numero, e la loro efficacia aumenta.  Tuttavia il portatore non puó conoscere le formule magiche con cui son state confezionate e puó solo vedere i ricordi di famiglia in esse contenuti:fotografie, santini, piccoli reliquie, medaglie, etc.
Gli amuleti
Dopo le pungas che hanno uno scopo specifico vengono gli amuleti che sono protettivi generici anche se tutti gli amuleti sardi in veritá sono anche contro il malocchio, pur se non dichiarati tali.  Lo attestano ricerche risalenti fino a cartigli del 700.  L’amuleto ha radici precristiane e ha subito un’evoluzione nel tempo sia come forma che come materiali. In quanto precristiani possono portare simboli che si rifanno a dei o idoli in particolare Tanit o Baal (per altro rari).
Materiali degli amuleti
La pietra, il corallo, il vetro e altri materiali duri.
Sa sabegia é una pietra tondeggiante nera di ossidiana o legno fossile o onice che viene per lo piú incastonata in argento[1]. In tempi relativamente piú recenti la troviamo in vetro fuso, non meno preziosa  in quanto fragile e proveniente da fuori isola. [2] Sfere tondeggianti in corallo hanno la stessa funzione della pietra e possono essere, come sopra, anche in pasta vitrea  Ne sono state trovate di osso o corno.  In ogni caso la “pietra nera” é un classico della magia ovunque.La sabegia simboleggia il globo oculare, l’occhio buono che si  contrappone a quello cattivo.   Si portava appesa alla spalla, con altri amuleti oppure si metteva appesa alle culle, mentre i bambini più grandicelli la portavano generalmente al polso, legata con un fiocchetto verde.  In alcuni posti gli uomini, per non esporla la legavano alla caviglia (oristanese). Le donne invece la esibivano al collo o appesa al corsetto.  Tuttavia se deve proteggere casa o animali o luoghi é evidente che viene appesa nel posto adatto.
Altri materiali: braccialetti, conchiglie, bottoni e foglie
Anti-malocchio per eccellenza, è il braccialetto verde, sia come nastro che come oggetto confezionato con perline, pietre o altro ma sempre verde. Nell’Oristanese i pescatori per avere una pesca abbondante portano/vano legato all’alluce un nastrino verde, mentre nel Cagliaritano il nastrino è ancora oggi legato al polso dei neonati per preservarli dalla cattiva sorte. Spesso agganciate al nastrino ci sono delle pietre o campanellini o decori a predominanza verde.
La conchiglia é un classico di tutto il mediterraneo ed anzi arriva fino all’oriente, la troviamo persino sull’Himalaya e in Tibet come in Indonesia. Le conchiglie usate sono due, uno é l’occhio di santa Lucia [3] e una é la ciprea ,“Sorighe ‘e Mare”.  L’occhio di Santa Lucia é un amuleto generico portafortuna mentre la ciprea, che ricorda la forma della vagina, é dedicata alla fertilitá ma intesa in senso ampio, dunque inclusi i campi o gli animali o la buona sorte, il denaro, la salute, ecc.  Diciamo che ha un concetto di generositá e abbondanza.  La conchiglia viene legata a tessuti con cui si confezionano amuleti e pungas, spesso su tessuti ricamati oppure é incastonata nell’argento o legata con fili di argento.
I bottoni. Bottoni tondi sono l’evoluzione di sa sabegia che invece di essere incastonata ha proprio la funzione del bottone.
“Su ziddu e su giuàli”, é un ciondolo, confezionato con foglie o legno di palma che tenuto al collo era in grado di sconfiggere ogni tipo di male. Ovviamente raro data la deperibilitá.
È certo che anche con materiali diversi  l’amuleto non perdeva né il significato simbolico, né la sua funzione. Le uniche condizioni perché l’amuleto agisca sono due: “aver fede”, credere cioè nel suo potere, e che sia abbrebau, cioè composto e “attivato” attraverso is brebos le “parole, le preghiere magico-religiose”.
Restauri.
Purtroppo molte pungas o amuleti erano così poveri e deperibili che sono giunti fino a noi solamente attraverso il ricordo. Quando invece sono oggetti piú preziosi (dalla pelle all’oreficeria) si possono trovare in discrete condizioni e/o restaurare. Le parole e gli oggetti contenuti nelle vecchie pungas consentono di datarle e dunque sapere come e con cosa ripararle. I breves ormai logori vengono fotografati, poi disfatti in singole parti, restaurate le scritture o le immagini sacre e ricomposti con la preghiera apposita inserendo, se possibile, il vecchio sacchettino dentro uno nuovo. Il restauro non annulla l’efficacia della punga. Il rifacimento con materiali nuovi e diversi, sí.   Si deve quindi possedere tessuti, fili, oggetti, del tempo o coerenti con quelli persi e conoscere come fare, non solo a riparare ma anche il rito.

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[1] Mai, mai, mai si usa l’oro per gli amuleti. L’oro ha un carattere solo ornamentale ma é molto legato a valori negativi. E’ un materiale vicino al demonio, all’aviditá, al furto, alla ricerca de tesoro (v. in calce)  e annullerebbe il potere dell’amuleto. Questo non significa che non ci siano amuleti incastonati in oro ma essi non hanno potere.
[2] Il vetro risale ai Fenici, lo conoscevano bene i Romani mentre la pasta vitrea e il suo uso é del 1450, invenzione di Andrea Barovier in Murano.  Non si conoscono vetrerie in Sardegna pur con la presenza delle miniere e dei materiali di base. Si puó presumibilmente attribuire alla povertá e alla scarsitá di popolazione: troppo pochi utilizzatori e troppo poveri per avviare il forno di una verteria.
[3] L’occhio di santa Lucia é l’opercolo calcareo della Astrea Rugosa o, se grandi, della Bolma Rugosa. Usato come amuleto portafortuna in tutto il mediterraneo ma anche oriente, in India (occhio di Shiva) e fino all’Australia (quelli australiani sono i piú belli)
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Ogu pigau e mazzinas
L’ Ogu pigau é il malocchio; come dice la parola, il mal-occhio é una pratica malefica che passa per il guardare.  Alcune persone, anche del tutto involontariamente, con il semplice posare lo sguardo su un’altra persona, “gettano il malocchio”. In tempi odierni potremmo dire che l’anima del malocchio é l’invidia e di qui partire con delle analisi psico-sociologiche che peró porterebbero lontano. Basti dire che l’invidia é una vera e propria pestilenza, quasi uno Spiritus Loci. Persino gesti come l’ospitalitá che tanti apprezzano e lodano, ha nelle radici l’invidia: “Ti ospito per conoscerti, ti conosco per invidiarti, ti invidio per disprezzarti, ti disprezzo per non sentirmi inferiore”. Ma coltivare sentimenti negativi porta a un loop: il processo ricomincia e via all’infinito. E ció é da scriversi all’isolamento, alla povertá delle risorse e all’assenza di scambi culturali.
L’occhio dell’altro, di chi non fa parte della famiglia, va dunque a creare una situazione di difficoltà portando via un determinato bene come la bellezza, la salute o la fortuna. Si dice quindi che si viene mangiati dal colpo dell’occhio  (“manigara de su corpu ‘e soju”).Il malocchio in Sardegna assume diverse denominazioni secondo le località, come “ocru malu” nel nuorese, “ogru malu” nel logudorese, “ogu malu” nel campidanese. I sintomi sono mal di testa frequenti e senza motivo, cattivo umore, depressione. Oppure possono accadere degli eventi negativi come abbandono da parte del partner o eventi molto gravi, aborti, incidenti, malattie che capitano senza che ci sia una ragione. I bambini poi sono i destinatari privilegiati perché indifesi. Uomini, piante, animali, oggetti di uso comune, sono tutti potenzialmente a rischio.
 Proteggersi dal malocchio.
Esistono diversi modi. Il primo é preventivo: portare amuleti difensivi. Degli amuleti si é detto sopra.
I gesti
Il secondo metodo di difesa, fatto peró a posteriori del malanno, é far toccare allo jettatore la sua vittima, oppure fare gesti di scongiuro come sputare, toccare un oggetto di ferro, di corno o le parti genitali, bestemmiare al passaggio dell’untore, tirar fuori velocemente la punta della lingua per tre volte, oppure fare le fiche di nascosto al suo indirizzo. Il terzo temporalmente é inviare alla persona che ci ha fatto il maleficio un fiore e per nove giorni di seguito. Ovviamente se la si conosce. Il metodo funziona soltanto se i fiori sono inviati con sincera amicizia.
Il più delle volte il malocchio agisce sulla sfera sessuale ed ecco perchè il gesto di scongiuro toccandosi i genitali (poi per espansione simbolica il legno, il corno e il ferro)
La medicina.
Se é passato del tempo si procede alla medicina vera e propria.   La più conosciuta é, secondo la zona, “s’aqua de s’ogu”, “aqua licornia”, “aqua medallia” o semplicemente “mexina de s’ogu” (medicina dell’occhio), l’unica definizione che si riscontri diffusa in tutta la Sardegna. (la “x” si pronuncia come  la “j” del francese, es. “journal”, nell’area campidanese dove la x é piú radicata)
Il rituale con l’acqua.  Consiste nel prendere un bicchiere mezzo pieno di acqua e gettarci dei chicchi di sale e/o di granaglie o altro come corno di muflone, di cervo, di bue… secondo un rito. Il rito prevede che questi oggetti, varianti secondo localitá e tradizione vengano gettati facendo una croce sul bicchiere, recitando i “brebus” o “pregus” o in gallurese “li parauli” che sono  preghiere quali  il Padre Nostro, l’Ave Maria, la recitazione del Credo con le parole di formula. La formula ovviamente non é conosciuta da estranei. (v. sotto).  Se si formamo le bolle c’é la fattura, da come sono disposte si sa se  “s’oghiadori” è una donna o un uomo e dalla quantità di bollicine e la disposizione dei chicchi si sa quanto é grave il maleficio. Per conseguire la guarigione il rito va ripetuto da un minimo di tre ad un massimo di nove volte. Per i casi più gravi puó essere previsto l’intervento di tre diversi operatori. L’acqua trattata viene poi utilizzata per bagnare facendo il segno della croce la testa o le giunture del corpo e puó anche essere bevuta da chi ha subito il maleficio con tre piccoli sorsi.
Il rituale con l’olio. Dell’olio viene versato in un piattino e sull’olio si versano tre gocce d’acqua. Oppure si versano tre gocce di olio su un piattino. In entrambi i casi se le gocce rimangono piccole e divise senza spandersi o unirsi, non c’è malocchio; se al contrario si spandono o si uniscono, allora c’è e occorre il rito. Se per tre volte col rito le gocce d’olio non rimangono piccole e divise bisogna aspettare e rifare il giorno dopo fintanto che il malocchio non viene debellato.
Malocchio persistente.
Se non si riesce a togliere si fa il rituale dell’olio ma contemporaneamente si prendono dal focolare tre carboni ardenti e, dopo aver fatto su di questi il segno della croce con la mano destra, gli si assegna il nome di tre persone sospettate di essere gli autori del maleficio. Si buttano i tre carboni in una ciotola di acqua, recitando per tre volte uno scongiuro particolare. Il carbone col nome del colpevole va a fondo e in quel momento le gocce d’olio del piattino devono prendere la forma corretta. Una volta che l’operatore ritiene debellato il malocchio, può far bere alla persona colpita qualche sorso d’acqua dalla ciotola nella quale sono stati fatti cadere i carboni e poi buttare la rimanente acqua in un vaso o comunque in un punto in cui non può  essere calpestata da persone o animali.
L’ereditá delle formule
Questi riti possono essere tramandati soltanto in linea femminile, solo la donna l’unica depositaria del segreto della formula e a lei soltanto spetta esercitare il rito.La donna infatti ha la prerogativa di essere sia soggetto che oggetto del malocchio: è colei che è più esposta al rischio del malocchio ma è anche colei che getta il malocchio più potente. È sempre in linea femminile che vengono ereditati gli oggetti magici, gli amuleti, che preservano dal malocchio ed è sempre la donna che gestisce la vita e la morte attraverso la  “medicina dell’occhio”  Tuttavia puó talvolta essere insegnata anche a non familiari purché alla tramandante risultino persone adatte. I rimedi possono variare da paese a paese ed é una pratica ritenuta blasfema dalla curia, anche se questo non vietava alla popolazione di farvi ricorso.
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Dopo il malocchio esistono le  terribili “mazzinas”.
I brebus vengono utilizzati anche nel caso in cui qualcuno sia stato colpito da una malvagitá potente, comunemente nota con il nome di “mazzina”. Si tratta di uno strumento usato dalle fattucchiere o bruscias, per far del male a distanza. Il principio è quello delle bamboline voodoo che  utilizza un simbolo per rappresentare la persona da colpire (si chiama magia simpatica” perché agisce per sim-patia. Sym=insieme, patia=patire ossia la persona patisce quello che patisce l’oggetto)
Diversamente dalle bamboline voodoo, le mazzine possono essere create utilizzando anche piccoli animali, come lucertole, oppure pacchetti con spilli o con oggetti o anche oggetti qualsiasi appartenenti alla vittima, inclusi i capelli. le foglie lunghe dell’asfodelo sono usate per confezionare le bamboline piú “povere”.  Non é importante il cosa perché agisce la volontà di chi fa il maleficio. Tuttavia certamente le bamboline sono ritenute piú potenti.
Riportiamo racconti a cui non siamo propensi  ma antropologicamente interessanti.   “Grazie anche alle invocazioni di particolari entità malefiche, la fattucchiera è in grado di trasferire questi feticci in posti apparentemente assurdi, per lo più all’interno dell’abitazione della vittima, assurdi per il semplice motivo che sono state trovate mazzine all’interno di muri, sotto pavimenti, all’interno di cuscini o mobili in cui nessuno avrebbe potuto inserirle.Molto spesso le fatture vengono fatte su oggetti appartenenti al malcapitato di turno, come catenine o gioielli vari ma non è raro che venga addirittura fatta ingerire con il cibo.A causa del suo enorme potere malefico la fattura non si limita solo a recare malessere fisico alla vittima, ma può essere in grado di scatenare su questa la possessione demoniaca.L’eliminazione del l’effetto di una fattura non è affatto una procedura semplice e si attua tramite particolari rituali che solo alcune persone sono in grado di compiere. Occorre per prima cosa trovare fisicamente gli oggetti nefasti, i quali in un secondo tempo  vengono neutralizzati, talvolta facendo tornare indietro verso la “mazzinera” il male procurato.E’ di fondamentale importanza che la mazzina non venga semplicemente bruciata o buttata. In tali casi le conseguenze sarebbero nefaste in quanto il maleficio non potrebbe più essere rimosso.”
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Altre entitá da cui difendersi
I bambini sono i più vulnerabili al malocchio e oggetto di attenzione da parte di creature malvagie come le surbiles, donne che la notte si trasformano in mosche per succhiare il sangue dei neonati non ancora battezzati. Alla figura della surbile si aggiungono le leggende sulle cogas e le bruxas, temibili streghe capaci di azioni malevole contro persone, animali o cose, abili negli incantesimi e nell’arte delle erbe.
Le Cogas (o Bruxas) erano delle streghe che di notte si intrufolavano nelle case dove c’erano dei bambini  maschi per ucciderli. Per difenderli i genitori appendevano alla culla un bastone, un rosario e amuleti . La figura delle Cogas talvolta si legge associata a quella di Lilith antica divinità sumera (v. sotto).
Altro discorso riguarda le janas, fate abitatrici di piccoli anfratti a uso funerario chiamate appunto “domus de janas”. Esistono fate buone e fate malvagie. Alcuni racconti le dipingono come donne di piccole proporzioni vestite di rosso, che dimorano lontano dal villaggio, spesso nei nuraghi di cui sorvegliano s’iscusorgiu , il tesoro, e scendono in paese solamente in occasione delle feste per ballare su ballu tundu insieme agli uomini.
Le panas sono invece descritte come anime di donne morte di parto costrette a lavare i panni del loro figlio per sette anni. Guai a rivolgere la parola a una panas: la pena verrebbe interrotta e inizierebbe daccapo.
Per intimorire i bambini ci sono poi  Sa Mama ‘e su Sole, Sa Mama ‘e su Bentu, Sa Mama ‘e Funtana.
Di notte poi agisce l’ammutadore: demone che impedendisce di respirare e provoca terribili incubi.
Le bestie.  La più temuta è la volpe, su maxrani. La civetta, sa stria, se vola a croce sulla casa predice una morte nella famiglia. Il gallo che canta troppo presto porta una sciagura in agguato.
Sconsigliatissime erano poi le uscite notturne necessarie per gli spostamenti del gregge: i crocicchi e gli incroci erano dimora di spiriti e anime, inoltre non era infrequente incontrare su carru de nannai, il carro dei morti, di cattivo auspicio per chi lo vedeva passare.
Attività pericolosa era la ricerca di tesori giacché questi erano sempre protetti da un demone. In passato queste ricerche hanno causato la rovina di numerosi edifici storici o monumenti.[ La ricerca dei tesori ha portato comunque una sfortuna tremenda: vietata dall’Inquisizione come pratica legata alle streghe implicava accuse, carcere e anche rogo. E’ facile immaginare che Inquisizione e appropriazioni personali andassero molto d’accordo ]
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Entitá piú fisiche
Un recente testo/romanzo, che ha portato alla ribalta una scrittrice sarda, cerca di mitigare la figura della accabadora. Niente da fare: era autanasia e punto. Si sapeva da decenni e decenni, ben prima che le nuove generazioni mettessero lu mazzolu o sa mazzitta al museo di Luras. Come nei paesi esisteva la levatrice cosí esisteva l’accabadora che assestava una martellata in testa a chi doveva morire o agonizzava. La pratica sta fra la pietá e il risparmio. Nel senso di risparmio é noto anche che dalle rupi venivano gettati gli anziani e i bambini malformati. Di un handicappato si diceva che “é guasto”. Semplicemente non servono e sono bocche da sfamare.
Non siamo per nulla sicuri che in qualche paese isolatissimo queste pratiche non siano tuttora valide nel silenzio delle famiglie.
Note ulteriori
La religione arcaica
Sardi, Fenici e Castaginesi adorano tutti i due principi della vita, quello maschile e quello femminile. La suprema coppia divina è formata da Baal Hammon e Tanit.Baal Hammon,deriva dalle divinità fenicie El + Baal, unite in un’unica divinità che é il Sole, dio delle fertilità.Tanit deriva dalla fenicia Astarte o Ashtart, e rappresenta la dea della fecondità e del piacere Il nome di Tanit sembra essere di origine libica. Esistono due tipi di raffigurazione di Tanit: quella antropomorfa e quella simbolica. La prima si ritrova nelle statuette, La seconda è costituita, da un disegno, chiamato il simbolo di Tanit, nel quale sono combinati un triangolo equilatero, sovrastato da una linea orizzontale, sulla quale è appoggiato un disco, in modo da voler quasi rappresentare una figura umana. Diffusissimo in tutta la Sardegna, dal santuario di Nora a delle pietre in un campo dietro Olbia é comune in tutto il mediterraneo, l’area pre=sahariana e il Medio Oriente.  Ma Tanit era anche il nome che i Cartaginesi davano alla Luna rappresentata da un’immagine femminile, stilizzata tra gruppi di stelle.  Da Tanit =Luna nasce la dea della Luna Nera  che diventa Lilith, la rappresentazione del lato oscuro della donna, dell’incomprensibile e del magico che incute timore.  Lilith si ritrova nelle prime versioni della Bibbia ebraica, fu la prima compagnia di Adamo e fu ripudiata e scacciata dall’Eden perché trasgredì al volere divino.(non che poi con Eva sia andata meglio…tanto valeva..). La Luna Nera NON é una cosa minacciosa, non appartiene alle streghe o ai malefici ma a questo l’ha ricondotta il pensiero maschile o sovraculturale in quanto essa é quel femminile che conosce l’animo umano, vicino alle pulsioni, alle percezioni e all’inconscio.
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Medicina popolare (non medicina dell’occhio)
Le erbe sono la farmacia dell’uomo da sempre e dunque anche in Sardegna.  Per far passare la febbre si sfrega dell’aglio con olio sulla pianta dei piedi. Dalle foglie bollite del timo si ottiene un decotto molto amaro che serve a stimolare l’appetito e a regolare i disturbi intestinali. Le bacche bollite o crude del ginepro per attenuare il mal di stomaco. La menta bollita con il vino serve per gargarismi o sciacqui contro il mal di denti. La cicoria é depurativa ma bollita a lungo dá un liquido abortivo (come il prezzemolo, peccato che siano prima tossici e poi forse abortivi) Il sambuco, poi, molto diffuso nella zona doveva essere raccolto a Pasqua o a San Giovanni per migliorarne le virtù guaritrici: dai fiori un decotto contro il raffreddore; aggiungendo le foglie, contro la bronchite; un decotto del solo fusto, come lassativo.
Famosissima la Sardegna per i rimedi contro scottature e ustioni.
Piante usate: [rif. botanic http://www.actaplantarum.org/%5D
1.Equisetum telmateia, E. arvense ed E. ramosissimum. No  invece l’E. palustre, è  tossico.
2. Lavandula angustifolia Mill. – Lavanda vera ELETTIVA!
3. Asphodelus ramosus L. – Asfodelo mediterraneo
4. Sanicula europaea L. – Sanicola, Erba fragolina, erba di S. Lorenzo miracolosa per le sue proprietà cicatrizzanti  contro le scottature.
5. Phagnalon saxatile (L.) Cass. – Scuderi angustifoglio usate dalla medicina popolare di tutto il bacino mediterraneo.
6. HypericumVerbascum thapsus L. subsp. thapsus – Tasso-barbasso foglie

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Lascio qui sotto un copiaincolla di una lista da sottoporre a controllo appena c’é tempo
Umbilicus rupestris (Salisb.) – Ombelico di Venere comune foglie ridotte in poltiglia
Cydonia oblonga Mill- Melo cotogno
Helichrysum italicum (Roth)
Asplenium scolopendrium L. – Scolopendria comune con riserva
Plantago major L. – Piantaggine maggiore e Plantago arenaria Waldst. & Kit. – Piantaggine ramosa semi macerati nell’acqua
Sanguisorba minor Scop. – Salvastrella minore
Sambucus nigra L. – Sambuco nero (fiori)
Matricaria chamomilla L. – Camomilla
Hedera helix L. subsp. helix – Edera comune
Potentilla erecta (L.) Raeusch. – Cinquefoglia tormentilla
Hylotelephium maximum (L.) Holub – Borracina massima foglie
Veronica arvensis L. – Veronica dei campi
Blitum bonus-henricus (L.) Rchb. – Farinello buon-enrico foglie
Fragaria vesca L.- Fragolina di bosco
Sanicula europaea L. Sanicola, Erba fragolina.
Althaea officinalis L. – Bismalva
Tussilago farfara L. – Tussilagine
Prunella vulgaris L. – Prunella comune piccole lesioni, piaghe, scottature, contusioni
Teucrium flavumAloe Sempervivum tectorum (group) – Semprevivo dei tetti
essenze non elettive
Osmunda regalis L. – Osmunda regale
Sanguisorba minor Scop. – Salvastrella minore
essenze con riserva
Cynoglossum officinale L. nota da molto tempo per curare ferite e scottature: si utilizzano le foglie fresche come antieczemico o con applicazioni dirette come cicatrizzante. Ingerito è tossico, i principi attivi sono in prevalenza alcaloidi
Sedum album L. – Borracina bianca officinale tossica
Una volta peró che la cicatrice si é creata, per sanare il danno estetico, si deve portare la pelle allo stato di bruciatura iniziale e questo si ottiene con il lattice di fico. Qualcuno dice il metodo Ruffini ma é cattiva propaganda.
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